7 Marzo, 2016

Arrivato a Roma la prima cosa che ho fatto è stata passare la Porta Santa nella Basilica di San Pietro, perché sono sempre più consapevole della necessità di essere perdonato. Dio aveva predisposto tutto perché venissi in ginocchio: la situazione nel mio Paese, la salute nella mia famiglia e alcuni eventi nel mio lavoro mi hanno messo in una condizione dove non c’era molto spazio per le mie idee, ma c’era quello di cedere alla volontà con cui Lui agisce nella mia vita. Come se ciò non bastasse, prima di arrivare a Roma, in Italia avevo avuto molti incontri eccezionali con vecchi e nuovi amici, credenti, atei, adolescenti, studenti universitari, famiglie, detenuti, uomini d’affari, banchieri… Alla fine, un vero e proprio spettacolo di avvenimenti.

Ero a Roma perché mi avevano invitato a fare una testimonianza al Congresso Internazionale promosso dal Pontificio Consiglio “Cor Unum”, a dieci anni dall’enciclica Deus caritas est di papa emerito Benedetto. Questo è un primo dato che non è scontato: sono stato invitato, sono stato chiamato. Qualcuno ha pensato a me, senza che io potessi immaginare nulla di ciò che sarebbe accaduto. Con Dio è così, lui predispone sempre, prima che noi possiamo immaginare. Egli ci precede sempre, e siamo oggetto d’amore prima ancora di poter amare.

La preparazione del mio intervento al congresso è stata per me un percorso di riflessione e di sintesi importante, in cui ho cercato di fermare il modo in cui l’amore di Dio si è manifestato nella mia vita, da come mi hanno cresciuto i miei genitori fino al mio lavoro,nato per seguire lo stesso metodo che Dio ha usato con me, perché la sua prima Carità è stata venirmi incontro, donandosi. Lui è in grado di toccare il cuore dell’uomo profondamente, come nessun potere o ideologia può fare.

Una delle persone che ho incontrato e con cui è nato un bel rapporto è Saeed Ahmed Khan, un professore musulmano di Detroit, che mi ha sorpreso per la sua apertura e la sua curiosità rispetto al fatto cristiano. Prima di me ha parlato il cardinale Luis Antonio Tagle delle Filippine, attuale presidente di Caritas Internationalis, e nelle sue parole è venuta fuori tutta la sensibilità umana di un uomo di fede che vive la carità come dono. Mi ha colpito molto il suo racconto della visita a un campo profughi in Grecia e dell’incontro con i bisognosi. Al termine del mio intervento ho potuto raccontargli meglio quello che facciamo con “Trabajo y Persona” e lui mi ha invitato ad andare nelle Filippine, un’altra sorpresa che mi fa pensare.

Poi è stata la volta dell’incontro con papa Francesco, ed è stata un’esperienza bellissima, piena di emozione e di curiosità. Ero seduto in prima fila e accanto a me c’era Saeed. Ed eravamo entrambi agitati. Avevo portato come regalo per il Papa dei cioccolatini, mentre lui aveva con sé una borsa piena di rosari dei suoi studenti e degli amici cattolici da far benedire a Francesco. Allora gli ho chiesto cosa significasse quel momento per lui, e mi ha risposto che era come incontrare ciò che più nella sua tradizione assomiglia a Maometto. Mi ha colpito, perché per uno come lui era il massimo.

Stare davanti a papa Francesco è stato per me lo svelarsi di un metodo che spiega molto meglio quello che ho raccontato nel mio intervento al congresso. Ogni mio discorso era cancellato di fronte alla grandezza e la tenerezza del suo sguardo. Ricordo che ho detto il mio nome e poi ha parlato lui. Ha manifestato una grande attenzione e preoccupazione per quanto sta accadendo in Venezuela, aggiungendo che ci ricorda tutti nelle sue preghiere. Quindi gli ho dato i cioccolatini “Collection San Benito” (prodotti dalle emprendedore del chocolate, donne del programma di educazione al lavoro di “Trabajo y persona”), ma la cosa più impressionante è stato il suo sguardo. Sono incontri che superano le ansie, le paure e i dubbi, e ci danno una certezza capace di muoverci più di qualsiasi strategia. Si potrebbe anche dire che in uno sguardo così, in un incontro come questo posso capire di più me stesso, iniziare a muovermi con più intelligenza, guardando gli altri in maniera più adeguata.

Ho lasciato il convegno non solo emozionato, ma con una maggiore certezza sulla mia vita e sulla missione che Dio mi ha dato, di vivere la mia vocazione di marito, padre, amico e imprenditore sociale.

 

Uno sguardo che cambia tutto.

Una mirada que cambia todo

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