30 Ottobre, 2013

Ngozi, domenica 27 ottobre 2013

Carissimi tutti,

Mi accorgo che è passato più di un mese dall’ultima volta che mi sono fatta sentire.

Sono successe molte cose. Prima di tutto l’arrivo di Benedetta, la specializzanda ultimo anno pediatria di Pavia, qui con la possibilità di fare la tesi di specialità, ma soprattutto per essere di compagnia a me ed a questa realtà così carica di bisogno e drammaticità. Poi la presenza per una settimana del Prof. di Verona, referente per il progetto di collaborazione tra le università (Verona e Ngozi) della scuola di scienze infermieristiche, e del nuovo progetto “dell’Ospedale della mamma e del bambino” di cui per ora sono solo terminate le strutture in muratura.

Con il prof. si rifà il punto della situazione, che è veramente interessante e provocante, soprattutto per l’aspetto formativo, ma così poco realistico perché non fa i conti, mi verrebbe da dire non tanto con la situazione, ma soprattutto con i rapporti con le persone di qui.

Ci è capitato spesso nel rapporto con le infermiere, quando si chiedeva loro qualcosa, o si facevano osservazioni su igiene, la terapia, l’alimentazione, di trovarci con un muro davanti, addirittura si giravano dall’altra parte mentre parlavi, o, come è successo una volta, che avendo meno bambini avevo pensato di fare un piccolo aggiornamento in reparto per decidere insieme come migliorare l’assistenza, specie ai neonati, loro guardavano da un’altra parte o rispondevano al telefono, quindi ad un certo punto ho pensato che era meglio lasciar perdere. Si può programmare a tavolino, ma la realtà è “testarda” e diversa dai tuoi progetti.

Con Benedetta ci aiutiamo, lei mi richiama quando mi arrabbio troppo, o cerchiamo di chiederci come possiamo coinvolgere il personale in una passione per il proprio lavoro, anche solo quel minimo che noi diremmo rende il ricevere lo stipendio fine mese… ragionevole. Ma è molto difficile, perché non c’è un esempio da parte dei “superiori”, i medici ci sono e no, nei fine settimana non c’è nessun medico in ospedale, solo chiamano per i cesari d’urgenza e allora viene chi c’è, come il nostro “pediatra” o l’internista. Qui non c’è nessun medico specialista, sono tutti generalisti e giovani che fanno un po’ di tutto.

Io ricordo che quando quasi 40 anni fa ero a Kitgum, avevamo un ospedale con 250 letti (qui a Ngozi sono 330 letti con 8 medici) ed eravamo solo Padre Dr. Grau ed io e facevamo tutto, anch’io operavo (oggi non lo farei più!), ma c’era un’altra coscienza e responsabilità ed eravamo capaci di portare avanti l’ospedale, seguiti dal personale. Qui invece le persone di riferimento non sono “presenti”, le infermiere sono in rivolta perché dicono che prendono meno dei medici e lavorano di più, quindi risolvono il problema non lavorando o facendo gli orari che vogliono, mettendosi d’accordo, il turno più ricercato è la notte, perché si può dormire e così il giorno dopo fare altro.

Ci ha veramente impressionato la settimana scorsa, un gran movimento, sono comparse cartellette nuove per ogni paziente, un gran darsi da fare a riordinare cartelle cliniche con timbri, sento dire che c’è un controllo di qualità da parte del Ministero, così un fine mattina sono comparse lenzuola e coperte nei letti della maternità e della pediatria, di solito ci sono gli stracci delle mamme, spesso ancora pieni del sangue del parto, con quell’odore tipico, e insieme anche i neonatini, nel loro meconio. Poi la sera non c’erano più né lenzuola, ne coperte. Perché?  Ho chiesto alla caposala. La risposta: perché i malati le rubano e le portano a casa. Così è meglio lasciarle nel magazzino… ai topi. Una sera stiamo per rientrare, Benedetta ed io, ci chiama un infermiere della pediatria per dirci che c’è una bambina molto grave. Andiamo. La piccola di quasi 4 anni, semi incosciente, respira malissimo, la saturazione di ossigeno è molto bassa, avevano fatto anche una radiografia, nel buio guardiamo la lastra, ma si vede benissimo che un polmone è completamente opaco, confermato anche dall’auscultazione. Mettiamo ossigeno, controlliamo la terapia e gli antibiotici (quasi corretti!) e poi cerchiamo di mettere la bambina semi seduta cercando un cuscino, non esiste, allora chiedo delle coperte da mettere sotto il materasso per sollevarlo, “No, perché le rubano” allora ho detto “va bene, lasciamo morire la bambina!” allora mi hanno dato 3 copertine contandole… non contano le garze che poi lasciano nell’addome delle donne che fanno il cesareo, ma le coperte…! Per fortuna il giorno dopo la piccola stava un po’ meglio.

Quando racconto a qualcuno di qui queste cose, mi dicono: “E’ perché è un ospedale governativo!” io non voglio darmi per vinta, anche perché a volte vedo sia infermieri che medici alla prima messa in vescovado, poi un cuore lo abbiamo tutti. Certo la gestione e come si comportano “i capi” penso voglia dire molto.

Io sono stata nominata Chef della Pediatria, sulla carta, perché nessuno è stato informato ed il direttore che ha scritto e firmato la lettera è stato spostato a Bujumbura.

Accanto a questa trascuratezza del personale, siamo ogni giorno a contatto col dramma specie delle donne e dei bimbi. Mamme che partoriscono per la strada ed arrivano con il prematuro da noi, una donna con malaria grave ha partorito prematuramente dei gemelli, senza sapere di aspettarne due, arrivata quasi in coma con anemia grave, senza fare l’anamnesi la mettono in sala parto, chiedo se deve partorire, gli studenti infermieri, con camici bianchi impeccabili, seduti sul bancone della sala parto mi dicono di no e che sta aspettando la trasfusione; dove sono i bambini, chiedo, fuori sotto la passarella, con la nonna ed una donna che era lì per un’altra mamma che aiuta a tenere uno dei gemelli. Allora chiamo l’infermiera della sala parto e chiedo perché per la trasfusione non la mettono in un letto normale… ah! Sì! non sapeva che aveva già partorito. Guardo i gemellini in braccio alla donne e vedo che sono piccoli, allora li porto da noi in neonatologia, sperando che la mamma sopravviva.

Una donna aspetta fuori dalla porta della Neo, con un fagottino, con la lingua locale non ci capiamo, nessuno le chiede niente, il fagotto è tutto “chiuso” bisogna togliere un po’ di stracci prima di vedere che c’è un neonatino piccolissimo. La donna ha partorito per la strada, per legare il cordone c’è un pezzetto di stoffa colorata, forse strappato dal vestito della mamma. Allora iniziamo la nostra trafila, lavo io stessa il piccolo, anche per riscaldarlo, I,200 gr. forse ce la farà. Qui i neonati devono avere un angelo custode particolarmente “trained” ed hanno dalla loro il latte materno che non manca mai, anche quando dicono che non c’è, ti arriva una spruzzata addosso!!!

A volte penso a quello che ho letto recentemente di don Gnocchi – (Cristo con gli alpini), qui la fondazione don Gnocchi sostiene un servizio di fisioterapia molto bello, l’unica cosa, quasi, che funziona in ospedale,- e mi sembra che la carne straziata dei giovani al confine o in Russia sia un po’ quello che vediamo noi qui, un Cristo che ancora soffre, chissà se solo per il nostro disinteresse o per farci partecipi della nostra impotenza, del nostro peccato e della Sua Croce.

Con queste domande dentro, con la tristezza ed a volte rabbia, quando abbiamo ricevuto l’invito ad andare a Kampala per la giornata di inizio anno di CL con la presenza di Carron, mi è sembrata proprio la tenerezza del Signore che voleva farmi riprendere fiato. Così Benedetta ed io, insieme a Marco di AVSI e la moglie Nelly (burundese) siamo andati in aereo a Kampala, mentre Gèrard con Nadine (studente infermiera) e Generosa, cugina di Gèrard, ci hanno raggiunto in Bus (15 ore di viaggio). Noi siamo arrivate giovedì ed abbiamo avuto un po’ di giorni liberi. Abbiamo approfittato per visitare l’ospedale dei “Martiri ugandesi, di Rubaga” dove Adolf è direttore, per confrontare la pediatria e neonatologia. Lì mi ha colpito l’attrezzatura più povera, incubatrici di legno con la lampadina per riscaldare, culline di ferro, (noi abbiamo vere incubatrici), ma la cura delle infermieristiche, l’attenzione sui dosaggi, sull’alimentazione, la documentazione ben diverse. Abbiamo incontrato anche una docente di neonatologia dell’università di Makerere (ci aveva dato il contatto Elvira da NY) che ci ha aiutato a capire dove siamo in Est Africa con la neonatologia e ci ha fatto vedere il suo ospedaletto – casa, molto carino, ma… anche lei si è ritirata dal pubblico per realizzare qualcosa. Ho rivisto dopo anni P. Tiboni con il fiato corto (“sto male e sto bene” ha detto – come diceva spesso il mio papà –  perché non ho più il fiato ma quello che il Signore dà è buono), ho rivisto amici e figli di amici degli anni passati. Con Manolita, che avevo visto nascere a Kitgum, abbiamo ricordato quel giorno che i suoi genitori le avevano raccontato, della sua malaria con il dramma della febbre quei primi giorni di vita, mi sono ricordata che proprio per quella esperienza avevo poi fatto, alla fine del corso di malattie tropicali a Londra la tesina proprio sulla “malaria connatale”. Ora Manolita è sposata con 5 bambini e da diversi anni vivono e lavorano in Uganda!

Siamo andati, nell’attesa della giornata di inizio, mentre la maggior parte della gente era a Nairobi per l’incontro dell’Africa con Carron, a Namugongo al santuario dei martiri Ugandesi dove era andato Papa Paolo IV, nel suo primo viaggio in Africa nel 1969, che ha fatto storia. Io conoscevo già il posto e la storia dei martiri ugandesi, in particolare san Kizito, che avevamo scelto come patrono della nostra clinica a Lagos, ma per Benedetta, Marco e Nelly era la prima volta, anche la scoperta di questa storia. Nelly ha raccontato a Benedetta che anche in Burundi era successo una storia simile nel seminario di Gitega; era entrato un gruppo di miliziani ed aveva chiesto ai seminaristi di dividersi gli Hutu dai Tutsi, i seminaristi si erano rifiutati, avevano appena fatto un ritiro in cui si era parlato di pace, allora i miliziani hanno aperto fuoco e molti sono stati ammazzati. La storia dei martiri si ripete.

Ci siamo poi ritrovati tutti domenica pomeriggio nel salone del “Permanent Education Centre” dedicato alla nostra Giovanna Orlando ad ascoltare Carron in Inglese. Io, con il valido aiuto di Lucia facevo la traduzione in francese per i nostri francofoni, cui si erano aggiunti due ragazzi del Congo con il nostro Fabio, ritornato con coraggio dopo due mesi dall’incidente. In africa si può fare tutto, anche l’interprete non sapendo la lingua!

Desiderare anche noi di avere un briciolo di quella passione di Maria Maddalena, con impeto ce lo ha ripetuto Carron e mi è stato più chiaro la mattina del lunedì quando siamo andati a Kireka, lo slum dove Rose segue le sue donne siero positive, attorno cui è nato il centro “Meeting Point Internationl”, la scuola… c’erano i battesimi  di una decina di bimbi delle donne di Rose e quello di Michall, la nipotina di Lucia, col papà pakistano mussulmano che ha accettato il battesimo per sua figlia, per rispetto della mamma e per il desiderio che Dio sia presente. Mi sono veramente commossa vedendo all’offertorio le donne portare i doni, una papaya, delle uova, un cesto di frutta, una barra di sapone, tutte si inginocchiavano davanti a Carron, che le ha abbracciate una ad una, sempre sorridente, ognuna era diversa, ho visto lì l’abbraccio di Gesù a Maria Maddalena.

Ho visto cambiare volto a Nadine, che si chiedeva come era possibile che Rose avesse fatto tutto quello che ha fatto se non avesse incontrato Gesù, attraverso gli amici. Ho visto Nelly contenta che cantava le canzoni in Italiano, e scoperto che una era in Kinirwanda, molto simile al Kirundi  la cantava con più impeto.

Così siamo tornate a casa, con la gratitudine per la tenerezza sperimentata, con il desiderio di accompagnare chi incontro sul lavoro… anche se il giorno dopo sembrava tutto… finito, ancora l’indifferenza, la trascuratezza, l’assenteismo. Se questa è la circostanza che ci è data, è qui che dobbiamo combattere, forse i risultati, se Dio vuole, si vedranno dopo anni, come è successo a Fossà a Kiringye (ho letto su tracce), dopo 30 anni e più. Abbiamo però anche qui qualche piccola consolazione, il piccolino con atresia anale, operato dalla nostra chirurga Nora, di passaggio per un mese, ha iniziato a mangiare bene, cresce, abbiamo insegnato alla mamma come mettere il sacchettino per la colostomia e lo abbiamo dimesso, col fiato un po’ sospeso, ma in buone condizioni, o le mamme che ci sono grate perché abbiamo fatto il giro in maternità a guardare i loro bambini.

Con Benedetta ci siamo dette che siamo contente di essere qui, anche dentro tutte queste difficoltà, il bisogno è evidente, una piccola compagnia sta nascendo, abbiamo intorno esempi che ci sostengono ed alleggeriscono la vita, allora ci stiamo ad andare avanti.

Vi ricordo tutti, spesso ci si fa prendere dalla situazione qui e sembra che tutto il mondo sia quello che ci succede qui. Ma mi fa piacere quando scrivete, soprattutto che vi ricordiate. Sento che c’è una profonda unità che abbraccia il mondo nelle circostanze più diverse e lontane.

Buon lavoro a tutti.

 Chiara

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