4 Ottobre, 2011

Fede, guerra, ricostruzione: nella seguente intervista l’arcivescovo Edward Tamba Charles di Freetown racconta la Chiesa alla fine della guerra civile e durante il processo di ricostruzione del paese.

FREETOWN (Sierra Leone), lunedì, 3 ottobre 2011 (ZENIT.org).- La Sierra Leone è un piccolo Paese della costa occidentale dell’Africa, con una popolazione di 5 milioni di abitanti e ricco di risorse naturali, tra cui diamanti, oro, bauxite e ferro.

La nazione è recentemente emersa da un decennio di guerra civile, ma è ancora alle prese con le sfide della riconciliazione e della ricostruzione.

Il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, ha raggiunto l’arcivescovo Edward Tamba Charles di Freetown, che gli ha concesso la seguente intervista.

Eccellenza, la sua nomina ha coinciso con l’enorme compito della ricostruzione e della riconciliazione, dopo un decennio di guerra civile, finita nel 2002. Da dove pensa di iniziare?

Monsignor Charles: Sono d’accordo che è un compito enorme e all’inizio non sapevamo da dove iniziare. Il mio predecessore aveva già iniziato e io proseguo attraverso il lavoro di riabilitazione delle strutture, delle persone, attraverso terapie per la guarigione dal trauma e mediante programmi di educazione alla pace nelle scuole.

Ci può dire brevemente quali sono state le cause della guerra?

Monsignor Charles: Anzitutto vorrei dire che non è stata una guerra di religione. Piuttosto è stata la solita guerra tribale africana. È stata avidità di potere. Alcuni gruppi volevano prendere il potere per avere accesso alle ricchezze del Paese; le enormi risorse minerarie che abbiamo. Anche l’ingiustizia ha svolgo un ruolo importante, perché molti di quelli che sono entrati nel conflitto lo hanno fatto per vendicare le ingiustizie subite. Per esempio in alcune aree, interi villaggi sono stati distrutti. Più tardi abbiamo saputo che erano stati alcuni che pensavano che il loro partito era stato tradito in occasione delle elezioni dei capi tribù. Pensavano che tutti dovessero perdere e così hanno bruciato i villaggi.

La particolare brutalità della guerra è stata riconosciuta a livello internazionale – amputazione degli arti… – ma la popolazione è amante della pace. Si può dire che il diavolo ha fatto festa? Come spiega il tutto dal punto di vista spirituale?

Monsignor Charles: Questa è una delle manifestazioni del mistero del male. Talvolta, persone buone, di pace e di amore, agiscono in un modo che è difficile da spiegare. Questo è ciò che è avvenuto. I giovani sono stati costretti a commettere atrocità contro altre persone, nella maggior parte dei casi persone innocenti. Hanno sparato alle persone, molti hanno subito amputazioni mentre le donne incinte sono state sventrate per vedere il sesso del bambino. Era diventato un gioco tra i giovani, perché venivano drogati dagli adulti. Eppure, come diceva, i sierraleonesi sono amanti della pace. Odiano la violenza in circostanze normali. È stata quindi una di quelle manifestazioni del mistero del male che è difficile da spiegare.

Lei dove si trovava durante gli anni della guerra?

Monsignor Charles: Ero in Sierra Leone quando, nel marzo del 1991, è iniziata la guerra. Poi, a giugno, sono dovuto andare a Roma per proseguire i miei studi. Ho trascorso cinque anni a Roma e quando, a settembre del 1996 sono tornato, la guerra era ancora in corso. Non sono potuto andare nella mia regione perché i ribelli l’avevano occupata per estrarre i diamanti. Non sono potuto andare a casa per molto tempo. Ho visto una parte della guerra e sono rimasto lì finché non è finita.

La sua famiglia ne è stata toccata?

Monsignor Charles: Oh sì. L’intero nostro villaggio è stato dato alle fiamme. Mia nonna è stata uccisa. Parlando di persone innocenti, lei era una di quelle. Non aveva nulla a che spartire con il potere o con il conflitto, eppure è stata uccisa. È stata sparata mentre era in camera. Il resto della famiglia è fuggito nella vicina Guinea, dove ha trascorso molti anni nei campi profughi, finché la guerra è finita nel 2002.

Come fa a non gridare per avere giustizia? Come fa a non perdere la fede di fronte a tali insensate violenze e malvagità? Come fa a non chiedersi: dov’è Dio?

Monsignor Charles: In circostanze come queste, effettivamente c’è la tentazione di dire: esiste un Dio giusto? Ma la mia profonda fede di cristiano e, vorrei aggiungere, di africano, mi dice che Dio non è responsabile di questo. È uno di quei momenti in cui dobbiamo distinguere tra la giustizia di Dio e le azioni malvagie dell’uomo. In questo caso non è stato Dio. Sono stati gli esseri umani. Io do la responsabilità agli adulti che hanno dato droghe pesanti ai giovani perché andassero a commettere atrocità in modo da consentirgli di ottenere ciò che volevano, ovvero il potere.

Le vittime e i carnefici ancora vivono nella stessa società. Come è possibile pensare a una riconciliazione in questo contesto?

Monsignor Charles: Il nostro senso di giustizia lascia anche spazio al perdono. Quando fu proposto un tribunale speciale dell’ONU molti sierraleonesi l’hanno ritenuto non necessario, perché non avrebbe ridato vita ai morti e le persone amputate non avrebbero riavuto gli arti. Ciò che era stato fatto non poteva essere disfatto e allora quale sarebbe lo scopo? Certo, alcuni dei carnefici sono con noi, ma come ho detto molti l’hanno fatto perché erano stati drogati dagli adulti. Alcuni di quegli adulti sono stati portati davanti al tribunale speciale per essere giudicati e alcuni sono ancora sotto processo.

Ciò che vogliamo è la loro reintegrazione e di andare oltre. La vita deve continuare. Forse qualcuno dirà: “voi sierraleonesi avete uno strano senso della giustizia”. Sarà, ma noi vogliamo andare avanti. Alcuni sono tornati ai villaggi. Vi sono stati processi tradizionali di riconciliazione. Hanno chiesto perdono e sono stati accolti dalla società. Alcuni di loro sono stati arruolati dalla polizia e dall’esercito e sono tornati alla vita normale.

La Chiesa sta partecipando a questo processo di riconciliazione?

Monsignor Charles: Sì, per assicurare che non succeda ancora. Per questo nelle nostre scuole abbiamo programmi di educazione alla pace.

Cosa significa questo in termini pratici?

Monsignor Charles: Insegnare ai bambini a trattarsi reciprocamente in modo pacifico, a rispettare i diritti reciprochi e, se vi fosse un’azione sbagliata, ad avere il coraggio di chiedere scusa. L’abbiamo avviato come programma pilota per le scuole cattoliche – primaria, secondaria di primo grado e secondaria di secondo grado. Adesso alcune delle comunità ci stanno chiedendo di estendere il programma anche a loro. Stiamo anche portando avanti programmi di guarigione dal trauma per coloro che hanno subito esperienze terribili durante la guerra e che hanno difficoltà a metabolizzarle. Loro sono indirizzati a noi, dove trovano aiuto attraverso terapie psicologiche.

Molti di loro non sono necessariamente cattolici o cristiani? Alcuni sono anche musulmani o di altre confessioni?

Monsignor Charles: Certamente ci sono persone di altre religioni. Non abbiamo alcun problema con le altre religioni in Sierra Leone. Peraltro, recentemente la Sierra Leone figura tra i primi Paesi, se non il primo, per tolleranza religiosa. Forse dovremmo esportarla anche in altre parti del Mondo. Si, noi viviamo in pace. Tra musulmani e cristiani siamo in buoni rapporti – i musulmani sono la maggioranza – perché molti di noi hanno le stesse radici di famiglia. Questo bagaglio culturale comune è molto utile.

Anche la Chiesa ha subito gravi conseguenze: sacerdoti uccisi, religiosi uccisi. Ci può dire qualcosa su questo e su come ricostruire?

Monsignor Charles: Abbiamo perso un sacerdote, padre McAllister, un padre del Santo Spirito. Abbiamo perso un fratello cristiano. Abbiamo perso quattro sorelle missionarie della carità; suore di Madre Teresa. Abbiamo perso catechisti e animatori della preghiera e migliaia di fedeli.

La Chiesa era particolarmente sotto tiro o è stata colpita solo casualmente dalla violenza?

Monsignor Charles: Direi che si trovava in mezzo alle violenze, alla voglia di distruzione della vita e della proprietà. La Chiesa non era sotto tiro in quanto tale poiché, come ho già detto, questa non era una guerra religiosa.

Eppure ogni singola chiesa della sua Arcidiocesi è stata distrutta?

Monsignor Charles: Sì, abbiamo perso scuole e ospedali. Ciò che non è stato distrutto del tutto è stato però reso inutilizzabile.

Il suo predecessore, monsignor Ganda, aveva ben presente la scarsità dei mezzi economici e perciò ha avviato le parrocchie affiancandole con una qualche piccola attività economica: un orto, un gelataio, qualsiasi cosa che potesse dare un’autosufficienza. Ha avuto successo? State proseguendo questa strategia?

Monsignor Charles: L’idea era ottima, ma non molte persone la condividevano. Soprattutto quei preti che non erano abituati alle attività imprenditoriali o agricole. Ma credo che dobbiamo continuare su quella linea perché le risorse provenienti dall’estero si stanno prosciugando. Ho girato il mondo e so che questa è la via giusta, questo è il futuro della Chiesa. Stiamo puntando all’autosufficienza per dare un futuro alla Chiesa in Africa. Non abbiamo altre soluzioni che quella.

Ma come ho detto non molte persone l’hanno accolta con favore, tanto che l’iniziativa si deve concentrare su alcune parrocchie che hanno abbastanza terreno da coltivare. Alcuni sacerdoti mettono in queste attività ogni minimo sussidio che ricevono dal vescovo. Nelle città abbiamo anche attività di ristorazione, ma non ne sta venendo fuori molto. Speriamo di riorganizzare le attività per cercare di trarne del profitto.

Veniamo alle sue priorità pastorali. Lei si trova di fronte a un’ondata di sfide tra cui la ricostruzione delle chiese, l’evangelizzazione, i giovani. Dove colloca le sue priorità?

Monsignor Charles: La scelta non è facile, ma io darei la priorità all’educazione e al sostegno ai sacerdoti che sono i miei primi collaboratori; sacerdoti che sono nelle parrocchie e sacerdoti futuri, per avere molti altri lavoratori nella vigna del Signore. Ottenuto questo, possiamo iniziare a vedere dove celebrare la Messa. In Africa, spesso celebriamo la Messa sotto un grande albero. Poi magari ci trasferiamo in una chiesa, ma solo quando ci possiamo permettere di costruirne una.

I giovani hanno speranza nel Signore e nel Cristianesimo, o c’è una certa disaffezione?

Monsignor Charles: Forse ci sarà qualcuno che è molto arrabbiato per la guerra e che volta le spalle a Dio, ma la maggioranza è molto religiosa. Questa è una delle differenze tra noi e il resto del mondo – Europa e America. Le nostre chiese sono piene di giovani; loro rappresentano la vitalità della Chiesa. Dalla fine della guerra, le chiese sono veramente piene. La gente sta tornando. In alcuni luoghi, dove il vescovo ha avviato e io intendo proseguire, alcune delle chiese devono essere ampliate perché erano costruite in funzione di una piccola comunità. Dalla fine della guerra i numeri sono cresciuti e per una normale Messa domenicale, la gente deve essere accomodata all’esterno. In alcuni casi viene introdotta una seconda o una terza Messa, per poter soddisfare l’intera comunità.

A cosa attribuisce questa crescita della Chiesa?

Monsignor Charles: Potrebbe essere la fame di Dio, che è molto naturale per noi africani. Il Cristianesimo ci ha aiutati in questo. Siamo gente religiosa e quindi ci rivolgiamo anzitutto a Dio, quando stiamo cercando la soluzione ai nostri problemi, e quindi potrebbe ben essere questo il motivo per cui i giovani hanno iniziato ad andare in chiesa dopo la guerra.

Inoltre durante il conflitto la Chiesa è stata accanto alla gente; i sacerdoti venivano inviati nei campi e io stesso ho trascorso del tempo ad un campo per sfollati ad offrire il mio ministero alla gente e a seppellire i morti. Avevo un camioncino sgangherato che usavo per i funerali. Alcuni di loro non erano nemmeno cattolici, ma per me non faceva differenza. Venivano da me a chiedermi il mio aiuto e il glielo davo. Questo ha contribuito a dare credibilità alla Chiesa. Una diocesi ha persino attivato una missione cattolica per i rifugiati in Guinea. Hanno inviato sacerdoti dalla Sierra Leone per portare il loro ministero ai fratelli e alle sorelle rifugiatisi in Guinea. Direi che la Chiesa ne è venuta fuori con una ottima considerazione.

Il Paese è ricco di risorse minerarie: diamanti, oro e bauxite. È stata una benedizione o una maledizione per il Paese?

Monsignor Charles: Una maledizione! Come è noto, in tutto il mondo, gli estrattori di risorse lasciano dietro tanta distruzione in termini di danni ambientali e di povertà, e le risorse minerarie della Sierra Leone non fanno eccezione. I primi diamanti sono stati scoperti negli anni Trenta nella mia regione del distretto di Kono. Ancora oggi non abbiamo acqua corrente, non abbiamo elettricità, le poche strade esistenti sono piene di buche fatte dalle società minerarie e dai ribelli che durante la guerra avevano preso di mira la zona per ottenere qualcosa con cui comprare le armi. Hanno distrutto molti villaggi, radendo al suolo le costruzioni per avere nuovi campi da cui estrarre i diamanti e così comprarsi le armi. Ha visto il film “Blood Diamonds”? È un buon tentativo di far vedere cosa è successo: diverse organizzazioni vendevano armi a entrambe le parti – ai ribelli e al governo – in cambio di diamanti.

Come è possibile cambiare questa maledizione in una benedizione?

Monsignor Charles: Servono buone leggi, ma soprattutto un sistema che assicuri che le politiche siano ben attuate. Credo che questo sia il problema del terzo mondo. Una cosa è fare buone leggi, ma tutt’altra cosa è assicurarne l’attuazione, perché alcune multinazionali sanno come manipolare il sistema per assicurarsi di ottenere ciò che vogliono. In alcuni casi, se ne hanno bisogno, esasperano i conflitti per assicurare il loro accesso alle miniere.

Questa è un’affermazione forte.

Monsignor Charles: È un’affermazione forte, ma sta avvenendo nel Congo orientale.

Il suo motto episcopale è “Duc in Altum”. Come lo vive oggi in Sierra Leone?

Monsignor Charles: Anzitutto devo dire che è un’affermazione di fiducia e di affidamento. Conosce la storia di Pietro. Aveva gettato le reti tutta la notte senza prendere nulla e il Signore gli ha detto: “prendi il largo e getta le reti”. Pietro, inizialmente, come al suo solito, ha protestato, ma quando l’ha fatto ha preso una quantità enorme di pesci. Ho pensato che questo fosse un buon modello per me. Anzitutto, io non avevo alcuna intenzione di diventare vescovo, e quando sono stato nominato…

Non è stata una sua scelta…

Monsignor Charles: No, e quindi avevo bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi e il Papa Giovanni Paolo II aveva utilizzato quella espressione. Spesso, da quando ero a Roma e anche successivamente, ho pensato che mi si addicesse. Per questo l’ho scelta come mio motto episcopale. Mi sprona ad avere fiducia nel Signore. In definitiva è tutta opera del Signore. Non è questione di aspettare per avere tutti i mezzi a disposizione, ma di fare quel poco che riesco a fare, affidandomi al Signore. Mi è capitato di fare esperienze che mi hanno convinto che si è trattato di una buona scelta. Certi giorni uno si sveglia titubante, insicuro di quale direzione prendere, ma poi il Signore ti presenta un’occasione e così puoi fare qualcosa di utile per la gente.

Cosa chiederebbe alla gente in tutto il mondo?

Monsignor Charles: Anzitutto di pregare per noi. Poi li assicurerei delle nostre preghiere. È triste vedere, nelle Chiese appena stabilite, che quelle Chiese che hanno contribuito e ancora contribuiscono al nostro sostentamento stanno perdendo quel dinamismo che avevano prima. Alcune chiese sono vuote; non ci sono vocazioni; alcune parrocchie vengono chiuse. Tutto questo ci rattrista. Quindi preghiamo che la fede non venga persa. Questa è la mia speranza e la mia preghiera per loro e magari in futuro potranno avere il coraggio di accettare missionari provenienti da quelle Chiese che hanno contribuito ad edificare in Africa, in Asia e in tutto il mondo. Questo è il mio messaggio per loro.

———-
Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.


Where God Weeps: www.wheregodweeps.org

 

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

< Torna alla pagina precedente