23 Maggio, 2016

Pubblichiamo la testimonianza del giornalista di Tempi, Rodolfo Casadei, sulla situazione dei cristiani perseguitati in Iraq che ha raccontato durante il momento di preghiera del 20 maggio in piazza Duomo a Cesena.

“Ho trascorso il triduo pasquale e i giorni successivi a Erbil e dintorni nel Kurdistan iracheno fra i cristiani che vivono lì, e che per la maggior parte sono profughi di Mosul, di Qaraqosh e della Piana di Ninive, cioè delle località che nell’estate del 2014 furono attaccate e occupate dallo Stato Islamico, dall’Isis. Tutte località che distano da Erbil 70-80 km.

Le persecuzioni contro i cristiani iracheni però non sono cominciate nel 2014, sono cominciate dieci anni prima, nel 2004. Prima del 2004 i cristiani iracheni soffrivano come tutti gli altri iracheni, che in maggioranza sono musulmani, sunniti e sciiti. Soffrivano perché il paese era sempre in guerra e loro dovevano andare sotto le armi: la guerra contro l’Iran che è durata 8 anni, la repressione dei curdi e degli sciiti, la guerra dopo l’occupazione del Kuwait, nella quale l’Iraq aveva contro il mondo intero. E poi hanno sofferto per le sanzioni economiche che sono state imposte all’Iraq negli anni successivi. Molti allora hanno cominciato ad emigrare.

Ma la persecuzione vera e propria è cominciata nel 2004, un anno dopo la caduta di Saddam Hussein. Alla caduta della dittatura non è succeduta la democrazia, ma l’anarchia. E nell’anarchia si sono scatenati gli estremisti islamici, i jihadisti, Al Qaeda. Sono cominciati gli attentati contro le chiese, le uccisioni di sacerdoti, i rapimenti mirati di cristiani, le pressioni sui cristiani rapiti per fargli abiurare la fede, le pressioni per costringerli a emigrare e poter occupare le loro case e rilevare le loro attività economiche. In dieci anni sono stati uccisi quasi mille cristiani, sono stati uccisi sei sacerdoti e un arcivescovo. Perciò l’attacco dell’estate del 2014 è arrivato come il culmine di un crescendo. Nel censimento del 1987 i cristiani presenti in Iraq erano 1 milione e 400 mila; alla vigilia dell’assalto dell’Isis erano già scesi a 500 mila. Oggi sono meno di 300 mila. Nell’estate di due anni fa il califfo Al-Baghdadi, il capo dell’Isis, emanò il famoso decreto che imponeva ai cristiani di Mosul di scegliere fra la conversione all’islam, il pagamento della tassa di sottomissione e la spada, cioè la morte. Io avevo sentito le stesse, stessissime parole dalla bocca dell’arcivescovo di Mosul sei anni e mezzo prima: davanti alle case dei cristiani lasciavano una videocassetta, e nella videocassetta c’era un uomo mascherato che diceva: “cristiani della città di Mosul, avete tre possibilità: o vi convertite, o pagate la tassa di sottomissione, oppure fra noi e voi c’è solo la spada”. Questo succedeva nel 2008, l’Isis non esisteva ancora! E quell’arcivescovo è stato rapito e fatto morire poco dopo!

Dunque a Pasqua sono tornato fra i profughi cristiani iracheni. Dico tornato perché è stata la terza volta negli ultimi diciotto mesi che mi sono incontrato con loro. La prima volta è stata nell’agosto di due anni fa, appena una settimana dopo che erano stati cacciati dalle loro case. In una notte 120 mila cristiani (e altre 180 mila abitanti della regione) erano dovuti fuggire davanti all’avanzata dell’Isis. E io li ho incontrati appena una settimana dopo, spogliati di tutto, derubati di tutto, accaldati, affannati, assetati, affamati. Nei parchi all’aperto, nei cortili delle chiese, dentro agli edifici in costruzione, dentro alle aule delle scuole. Sempre alla ricerca dell’acqua e dell’ombra, perché c’erano 45 gradi. Mentre si costruivano le prime tendopoli e arrivavano i primi aiuti.

Quattro mesi dopo sono tornato fra loro per trascorrere il Natale insieme a loro. Avevo tenuto decine di incontri nei mesi precedenti spiegando a tutti che quei cristiani erano davvero i nostri fratelli e sorelle, erano la nostra famiglia, spiritualmente e carnalmente. Ho cercato di essere coerente, e a Natale sono tornato in Iraq. Natale è anche la festa della famiglia, e passando il Natale con loro ho tradotto in fatti l’affermazione che quei cristiani sono la mia famiglia e la vostra famiglia. Li ho trovati stipati dentro a baracche prefabbricate di tre metri per cinque, sistemate all’aperto come in Italia i villaggi per i terremotati oppure collocate all’interno di edifici in costruzione, in condizioni per niente salubri. Sono stato ospite di una di queste famiglie la notte di Natale e il giorno dopo. Ho dormito nella loro baracca la notte di Natale e il giorno sono stato loro ospite, ho condiviso con loro il pranzo di Natale. Sono una famiglia fuggita da Mosul, marito siriaco ortodosso e moglie siriaca cattolica, si chiamano Talal ed Eeven. Alla fine della giornata dissi a Talal: “Sarebbe bello ritrovarsi fra un anno e celebrare insieme il Natale a Mosul, a casa tua”. Lui mi rispose: “Non lo so dove celebrerò il Natale l’anno prossimo: forse a Mosul, forse ancora qui in questa baracca, o forse in America, dove si è trasferito un mio parente. Io e mio moglie abbiamo parenti in tutto il mondo. Ma di una cosa sono certo: io e la mia famiglia siamo nel cuore di Dio”.

Il Natale scorso non sono tornato in Iraq, però ci sono tornato a Pasqua. E ho trovato ancora tanti cristiani, anche se meno di prima. Diciamo pure che sono calati fra un terzo e un quarto del numero che erano subito dopo l’esodo del 2014. Perché sono calati di numero? Perché tanti sono emigrati. Perché tanti sono emigrati? Perché hanno perso la speranza di poter tornare nelle loro case nei loro villaggi e città e hanno perso la speranza che torni una pace duratura. La guerra è ferma, il fronte è fermo. Quel po’ di terreno che l’Isis ha perso l’ha perso nel centro-sud dell’Iraq, su nella piana di Ninive le cose sono esattamente al punto in cui erano nell’agosto del 2014 e Mosul è molto lontana dall’essere riconquistata. Nel frattempo, i cristiani sono ancora nei prefabbricati tre metri per cinque che avevo visitato nel Natale di due anni fa, oppure sono stati trasferiti in villini di quattro locali dove devono vivere insieme due o tre famiglie, 14-15 persone, e dove l’acqua e l’elettricità vanno e vengono, e c’è una doccia sola per tutti. Nei campi profughi fatti di prefabbricati i gabinetti e le docce sono in comune. Allora c’è chi non sopporta più la situazione ed emigra. Molti non emigrano perché non hanno i soldi per farlo, non hanno i soldi per pagare i trafficanti, o perché non hanno appoggi all’estero, o perché prima vorrebbero vendere le loro case occupate dall’Isis e poi emigrare.

Ma ci sono anche tanti cristiani che restano semplicemente perché hanno deciso di restare, costi quello che costi. Restano perché hanno preso coscienza di avere una missione. Sono tornato a cercare Talal ed Eeven, e li ho trovati. Li ho trovati ancora nella stessa baracca del centro profughi dove li avevo lasciati sedici mesi prima, coi loro quattro figli. Tutti e due hanno trovato un lavoro, nonostante la crisi economica fortissima del Kurdistan, e sperano di potersi trasferire in una casa in affitto ad Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil. Mi hanno voluto ospite a cena, e io ho detto a Talal: “siete ancora qui, non siete partiti”. Lui mi ha risposto: «Io e mia moglie abbiamo parenti in tutto il mondo: Stati Uniti, Canada, Libano, Svezia, Germania, Francia. Ci hanno sollecitato a partire, ma noi e i nostri figli resteremo qui. Perché Dio qui ci ha chiamati e qui ci vuole». Tenete presente che Talal ed Eeven, oltre a perdere la casa che avevano a Mosul, che ora è occupata da vicini di casa musulmani, hanno perso dei parenti a causa della persecuzione. Un fratello del cognato di Talal è stato assassinato da jihadisti solo perché la sua pizzeria era frequentata dai soldati americani di stanza a Mosul, un cuginetto 17enne di Eeven è stato sequestrato a scopo di riscatto e ucciso poco tempo dopo, uno zio risulta fra i dispersi di Qaraqosh: cristiani che non hanno fatto in tempo ad abbandonare la città nell’agosto del 2014 e dei quali non si hanno più notizie da allora. Eppure hanno deciso di restare, come anche altri. Hanno conosciuto in questi anni il Cammino Neocatecumenale, e questo li ha aiutati nella loro decisione.

Ho incontrato altre famiglie cristiane irachene del Cammino, e tutte mi hanno ribadito la loro volontà di restare per rispondere alla chiamata di Dio. Mi hanno colpito tantissimo le parole di una famiglia fuggita dalla cittadina cristiana di Qaraqosh. Majid, il marito, mi ha detto: «Ho perso la mia storia, ho perso le mie radici, questa è la sofferenza più grande. Le cose materiali si possono riavere, ma la casa tua e dei tuoi avi perduta è molto più di un cumulo di mattoni». «Eppure questo esodo era necessario per noi come lo è stato quello degli ebrei nella Bibbia. I cristiani non sono fatti per stare comodi e vivere nella calma, Dio non ci ha suscitati per questo. Quando noi ce ne stiamo comodi, il mondo è in guerra. Noi cristiani siamo come le olive: perché diano buon olio occorre schiacciarle».”

 

Il momento di preghiera si svolgerà ogni 20 del mese in piazza Duomo a Cesena, oltre che in altre città. Per info: Nazarat.org

 

 

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